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Oltre le divisioni. Dentro i problemi.
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Il 3 novembre gli Stati Uniti hanno votato per le elezioni di metà mandato e il risultato è netto: i democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, togliendo ai repubblicani il controllo del Congresso (AP News). Non ci interessa fare il tifo per l’una o l’altra parte. Ci interessa capire perché milioni di cittadini hanno cambiato idea in due anni, e cosa dice questo voto a un Paese come il nostro.
Si votava per tutti i 435 seggi della Camera e per 35 dei 100 seggi del Senato, oltre che per numerosi governatori e 164 referendum locali (Corriere della Sera). Prima del voto i repubblicani controllavano il Senato 53 a 47 e la Camera 219 a 214 (NBC).
Senato: ai democratici servivano quattro seggi in più. Li hanno ottenuti strappandoli ai repubblicani in North Carolina, South Carolina, Texas, Kansas, Iowa e Ohio (Politico).
Camera: i democratici hanno superato la soglia di 218 seggi necessaria per la maggioranza e, a spoglio concluso, potrebbero andare oltre i 240 (Adnkronos).
Stati storicamente repubblicani: in Texas un democratico vince il seggio al Senato per la prima volta in 38 anni; in Kansas non accadeva dal 1932 (Reuters via Internazionale).
Il dato più chiaro arriva dagli exit poll. Il 39% degli elettori indica l’economia come primo problema del Paese, seguita dallo stato della democrazia con il 32% (NBC News). Il 75% giudica l’economia in cattive condizioni e il 44% dice che le proprie finanze sono peggiorate negli ultimi due anni, contro appena il 18% che sta meglio (NBC News).
Le preoccupazioni sono concrete: l’88% è preoccupato per il prezzo della spesa, l’87% per carburante, l’86% per le bollette, l’85% per la sanità (NBC News). Quasi 9 elettori su 10 hanno detto che il costo della vita ha pesato in modo decisivo o importante sul loro voto (Reuters via Internazionale).
La lezione è semplice: quando la vita quotidiana costa di più e la politica non offre risposte, gli elettori presentano il conto a prescindere dall’orientamento politico del governatore. Vale a Washington come a Roma.
Negli ultimi giorni di campagna la strategia repubblicana è stata dipingere gli avversari come radicali pericolosi. Secondo Reuters non ha funzionato: gli elettori erano molto più concentrati sul prezzo di benzina e generi alimentari, e volevano sapere come sarebbero scesi i costi (Reuters via Internazionale).
È un dato che dovrebbe far riflettere chiunque faccia politica, anche da noi. Demonizzare l’avversario può mobilitare i propri sostenitori, ma non risolve i problemi di chi fatica ad arrivare a fine mese. E alla lunga gli elettori se ne accorgono.
Sarebbe un errore leggere questo voto come una semplice vittoria di una parte. Gli stessi exit poll mostrano che il 54% degli elettori ha un’opinione negativa del Partito democratico e il 59% di quello repubblicano. Quasi un elettore su cinque non ha un giudizio positivo di nessuno dei due (NBC News).
Sulla corruzione il messaggio è ancora più forte: il 90% la considera un fattore importante nel proprio voto, ma un terzo degli elettori pensa che nessuno dei due partiti sia in grado di combatterla (NBC News). Non è un voto di fiducia. È una richiesta di cambiamento rivolta a tutta la classe politica.
Da gennaio il presidente avrà un Congresso controllato dall’opposizione. Per due anni nessuna parte potrà governare da sola: i democratici potranno approvare leggi, ma il presidente conserva il potere di veto (Reuters via Internazionale). Trump ha dichiarato di accettare i risultati e di essere pronto a lavorare con i democratici, pur ricordando di avere il veto (Adnkronos).
Il governo diviso può portare a due esiti: la paralisi, con veti incrociati e indagini reciproche, oppure il compromesso su ciò che interessa davvero ai cittadini. Quale dei due prevarrà dipende dalla capacità di dialogo delle due parti. Ed è esattamente la domanda che ci poniamo anche in Italia.
Negli Stati Uniti l’affluenza è cresciuta in tutto il Paese rispetto alle midterm del 2022 (Politico), e oltre 50 milioni di persone hanno votato in anticipo (New York Times). Quando gli elettori sentono che il loro voto conta, tornano alle urne.
In Italia la tendenza è opposta. Alle politiche del 2022 ha votato il 63,91% degli aventi diritto, il minimo nella storia della Repubblica (AGI). Nel 1976 si superava il 93% (Dire). Alle europee del 2024 siamo scesi al 49,69%: per la prima volta meno di un italiano su due è andato a votare (Tgcom24).
Non crediamo che gli italiani si disinteressino della politica. Crediamo che molti non si sentano rappresentati da un confronto fatto di slogan e contrapposizioni. Il voto americano mostra che i cittadini rispondono quando si parla dei loro problemi reali: prezzi, salari, sanità, onestà di chi governa.